STORIA E CULTURA

FASE DI ATTUAZIONE
Scheda Progetto
Relazione Intermedia
Relazione Finale
Storia e cultura della vite e del vino
Difficile è stabilire il momento in cui l'uomo cominciò ad addomesticare la vite e a produrre vino. Nondimeno, fino a dove noi siamo in grado di risalire nel flusso della storia, viticoltura e vinificazione si sono dovute confrontare con l'immenso problema del consumo misurato del vino per evitarne gli effetti devastanti. Che si parli di una storia globale del vino, dalle origini alla sua diffusione sull'intero pianeta, oppure di una microstoria persino localizzata geograficamente, il problema cruciale rimane sempre il medesimo: "il buon uso del vino". E questo aspetto è ancora più carico di significato se collegato con il fatto impossibile da ignorare che la produzione e il consumo del vino hanno avuto una non piccola incidenza economica nel corso del tempo. Tutta la storia di questo affascinante e ambiguo prodotto dell'intelligenza umana è d'altronde scandita dall'idea elementare dello scambio e della circolazione dei beni.

Bevanda che nasce dunque dalle capacità dell'uomo, il vino lascia sempre intravedere l'azione del pensiero umano, il possesso di conoscenze e l'elaborazione di tecniche, rivelandosi opera di un sapere che manipola la natura per renderla fruibile, per quanto talora purtroppo con conseguenze nefaste. Ma non è il caso della vinificazione fortunatamente, e ancor meno della viticoltura, che coi filari di viti agisce sul paesaggio e sul territorio, modificandolo, così da far riconoscere, oggi come in passato, la presenza umana.

Da un punto di vista generale, tutta la sua storia si colloca su un piano simbolico denso di significati sociali a culturali. Lo stesso termine "vino", le cui origini sono antichissime e precedono ampiamente la civiltà greca da cui a noi è giunto attraverso la lingua etrusca e poi quella latina, nasce autonomamente rispetto alla pianta da cui è tratto, la vite, e addirittura si può sostenere che la formazione del concetto stesso sia anteriore a quello di "vite". In quanto bevanda, ancora, esso partecipa di un sistema in cui l'azione del "bere" non risponde a una semplice esigenza naturale e non soddisfa dunque a un bisogno altrettanto naturale, ma in quanto manufatto è coinvolto in un triplice complesso di funzioni. Come tecnofunzione esso infatti partecipa della sfera tecnologica, come sociofunzione di quella sociale e come ideofunzione di quella ideologica, entrando in un circuito di codici simbolici, che sono frutto delle sintesi operate dal pensiero e dall'intelligenza umane. Rispetto ad altri prodotti, come i cereali o la produzione orticola, che condividono comunque il ruolo di tecnofunzioni e di sociofunzioni, per la vite e soprattutto per il vino tutto ciò assume un peso rilevante, in quanto proprio il vino non si colloca nello spazio del necessario e dunque del quotidiano, come appunto i cereali, ma piuttosto in quello del superfluo e pertanto del festivo. Da questo apparente paradosso, che situa il vino e il suo consumo in una dimensione per così dire cerimoniale, carica di forti valenze simboliche, scaturiscono la ricca mitologia e l'alta ritualizzazione che lo hanno accompagnato lungo tutta la storia dell'occidente e che ancor oggi perdurano, sia pure sottratte alla dimensione sacrale - eccezione fatta per la Messa cristiana. A differenza infine di molti, per non dire di tutti gli altri prodotti alimentari, a cominciare dagli stessi cereali, ammesso che possiamo considerarlo almeno per una piccola parte un alimento, ha sempre avuto nomi da che è stato registrato in qualche modo negli annali della storia, come il suo dio tutelare, Dioniso, polyónymos appunto, dai molti nomi. Già l'Iliade parlava del vino di Pramno, il più antico tra i vini greci, prodotto nell'isola Icaria dall'unica vite che i Greci conoscevano come sacra. A sua volta il poeta omerico, parlando del vino con cui Odisseo sconfisse il Ciclope, lo individuò attraverso il luogo di produzione, la città di Ismaro, sulla costa tracia dell'Egeo settentrionale. Nell'antichità greca e romana il vino aveva di fatto fondato il suo prestigio sul piano della cultura territoriale. Un prodotto tipico, un bene culturale diremmo noi oggi, da difendere e da valorizzare giocando più che sulla categoria classificatoria individuata dal termine vino, sulla differenza, perché nella realtà non esiste il vino, ma i vini, tutti diversi tra loro, denotati dai loro nomi e connotati dalle loro specifiche caratteristiche, così come tutti diversi sono i vitigni e i vigneti.

Strumento cerimoniale e celebrativo, compagno e liberatore nei momenti di sconforto e tristezza, dio offerto in sacrificio agli dei per gli antichi Greci, sangue del figlio di Dio per i cristiani, bevanda d'incontro e di comunicazione, il vino non può mai essere bevuto come qualunque altro liquido, perché non è un liquido qualunque, ma può appropriarsi della mente di chi lo beve. E tutta la sua storia è scandita da inviti a un uso misurato e attento.

Già agli albori della storia, la vicenda biblica in cui Noè diventava preda dei fumi dell'alcol, e un episodio mitico dell'antica Ugarit, nel Vicino Oriente, in cui il dio El cadeva vittima dell'abuso di vino, sguazzando nei propri escrementi e nel proprio vomito, denunciavano e marcavano un confine oltre il quale il consumo di quella bevanda inebriante trasferiva il bevitore in una condizione, se non sub-umana, per lo meno degradata rispetto al suo status. A loro volta i Greci, per i quali il primo impatto con il succo dell'uva era stato dirompente, impararono a controllare il vino, grazie a Dioniso che aveva insegnato al re d'Atene Anfizione a miscelarlo con l'acqua, distinguendosi così dal selvaggio Ciclope e dai barbari Sciti, che lo bevevano puro. Nel mondo antico, culla della civiltà del vino, vi era dunque coscienza degli effetti che il liquido profumato era in grado di produrre, vi era la consapevolezza di una sorta di ambiguità insita nel succo dell'uva, dal quale l'uomo poteva ricavare forza come esserne indebolito. Erano stati escogitati degli espedienti per berlo senza danno, degli accorgimenti pratici, tra i quali assai diffuso era mangiare del cavolo, anche se il più utilizzato era quello di diluirlo con acqua, che permetteva al bevitore di percepire e controllare meglio gli effetti.

In Grecia  a chiusura del banchetto e prima di dare avvio al simposio, si levava un brindisi in onore di Zeus Sotér, Salvatore, per poter bere senza rischi. Ma era durante una festa di primavera, gli Anthesteria, che si sturavano le botti con il vino nuovo, e allora, prima di immettere al consumo il succo dell'uva, se ne offrivano dei campioni a Dioniso, mescolati in giuste proporzioni con acqua, secondo il tipico costume greco e mediterraneo,  con la preghiera che l'uso della bevanda fosse vantaggioso e senza danni.

A Roma, il vino fu posto allora sotto la tutela di Giove, fu chiamato temetum - era questo il vino devoluto agli dei, così denominato secondo un antico commentatore quod temptat mentem, e in età arcaica fu interdetto alle donne, che però lo potevano bere in giorni stabiliti per motivi religiosi e comunque lo bevevano sotto il nome di "latte" nel corso delle feste in onore di Bona Dea. L'altro vino, il vinum, quello destinato ai circuiti commerciali, dopo che come vinum novum fosse stato libato a Giove nel corso dei Vinalia priora del 23 aprile, era invece regolarmente prodotto e consumato. Nondimeno la città eterna, che in età arcaica aveva previsto persino la morte per la donna che avesse bevuto del vino, accentuò le ambiguità di questo prodotto, caricandolo di valori oscuri e cupi, tanto che Isidoro di Siviglia, agli albori del Medio Evo, tra il VI e il VII secolo, ricordava come gli antichi chiamassero veleno il vino (veteres vinum venenum vocabant). E certo per questi motivi nel Medioevo Gregorio di Tours introdusse la consuetudine di benedire il vino prima che avesse luogo il suo uso profano del vino, così come più tardi questa bevanda inebriante fu sottoposta a pratiche esorcistiche. Non solo. Ma saper bere il vino equivaleva a presentarsi come classe dirigente, secondo quanto Clemente di Alessandria insegnava ai primi cristiani che aspiravano a occupare posizioni di governance nell'impero di Roma.

Così infatti scriveva l'apologeta cristiano: "… bisogna bere … senza deformare il viso, senza tracannare …, senza strizzare  gli occhi con gesti indecorosi prima di bere; non bisogna ingollare senza prendere fiato …, non si deve bagnare il mento e neppure spruzzare la veste, quasi che si lavasse o si immergesse il proprio volto nelle coppe, tracannando tutto d'un fiato. E infatti il gorgoglío della bevanda che cade giù con impeto quando è ingollata a garganella, quasi che si versasse liquido in un fiasco, facendo risuonare la gola per il tracannare fluttuante, è turpe e sconveniente spettacolo di intemperanza. … Come credete che abbia bevuto il Signore quando divenne uomo come noi? Così vergognosamente come noi? O non forse urbanamente? Con bel garbo? Ragionevolmente?".

Con queste premesse, una storia del vino è particolarmente complessa, ma nello stesso tempo essa diventa carica di significato per la storia dell'occidente e, come si è scritto, ricca di implicazioni, anche se limitata a piccoli spazi storico-geografici e culturali.
Nei limiti delle risorse a disposizione, i tre contesti presi in esame si sono infatti rivelati ricchi di informazioni anche per i brevi periodi su cui ci si è soffermati.